domenica, novembre 15, 2009
Presidente, ritiri la norma del privilegio

L'appello di Saviano ha già raccolto 70000 firme. per firmarlo clicca qui
SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.
Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.
Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.
ROBERTO SAVIANO
Etichette: Angelino Alfano, Berlusconi, giustizia, speranze
Domande
Vi piacerebbe avere questi personaggi come sfondo del desktop o come salva schermo? A me no, e credo che molti condividano questa idea, anche molti tra i molti che li hanno mandati in Parlamento con il loro voto.Mi domando: continueranno a votarli? Non farebbero meno danni al paese stando sul desktop?
Etichette: Angelino Alfano, Berlusconi, choc culturale, democrazia, informazione
mercoledì, ottobre 01, 2008
Un "ripasso" con Cordero: dall'immunità al pm inerte
Prima di leggere l'articolo del 30/09 è interessante riguardare quello del 17/09 sempre di Cordero su Repubblica, con il titolo:dall' immunità al pm inerte
Repubblica — 17 settembre 2008 pagina 36 sezione: COMMENTI - FRANCO CORDERO
Re lanterna punta diritto l' obiettivo e mani cortigianesche convertono gli ordini in formule più o meno tecniche: pretendeva l' immunità, fuori d' ogni decente visione politica, regola morale, grammatica giuridica, e due Camere servili gliela votano (rimane da stabilire quanto valga); il séguito era chiaro. Cantori pseudoliberal maledicono l' azione penale obbligatoria invocando «carriere separate», ossia un pubblico ministero agli ordini del governo. Idea vecchia, risale agli anni ottanta, quando B. Craxi voleva premunirsi avendo scheletri nell' armadio; se fosse riuscito, forse regnerebbe ancora il Caf, con un signor B. estraneo alla commedia politica e molto meno ricco. Siccome ne parlano anche i poco informati, sferrando tanti più pugni sul tavolo quanto meno sanno, conviene avere sotto gli occhi una breve storia. Nei secoli cosiddetti bui l' arnese giudiziario è uno solo, qualunque sia la lite: eredità, vendita d' un bue inidoneo all' aratro, percosse, lesioni, omicidio, ecc.; le parti se la risolvono mediante duelli, ordalie, giuramenti (li riabilita l' attuale presidente del Consiglio quando chiama folgori sulla testa dei figli, qualora fosse colpevole). Il processo nasce dalla domanda. L' interessato agisce se vuole. Questo meccanismo implica individui sovrani. L' avvento d' una res publica distingue le materie: nel diritto privato regna l' autonomia; norme penali tutelano interessi indisponibili e qui l' offeso non è attore necessario; la macchina repressiva scatta da sola. Tra XII e XIII secolo emergono due modelli, insulare e continentale: giurie inglesi d' accusa (ventiquattro teste) aprono dibattimenti culminanti nei verdetti d' un consesso che ne conta dodici, mentre sul continente la metamorfosi inquisitoria dissolve le parti; degli addottorati lavorano ex officio. Il pubblico ministero è neomorfismo francese, utile perché rompe la figura autistica con profitto del giudizio: i procureurs du Roi diventano padroni dell' azione, non avendo poteri istruttori; gli uffici attuali discendono dall' ordinamento napoleonico. Salta agli occhi un particolare italiano: nei codici 1865, 1913, 1930, ha l' obbligo d' agire sebbene «rappresenti il potere esecutivo presso l' autorità giudiziaria», diretto dal ministro; i virtuosi ignorano l' ordine iniquo, correndo dei rischi perché mancano garanzie. In teoria le norme contano più del governo: dal 1914 l' attore pubblico convinto che il processo sia superfluo, non può astenersene tout court, deve chiedere l' assenso del giudice istruttore; e l' azione resta obbligatoria nel codice fascista, dove i mancati processi subiscono un controllo cosiddetto gerarchico. Alfredo Rocco, architetto del regime, aveva scrupoli legalitari. Meno inibiti, i fautori d' una soi-disante «moderna democrazia» sotterrano anche l' idolo verbale. L' antietica al potere richiede meccanismi penali regolabili dal governo secondo un variabile tornaconto, dove entrano partiti, clan, logge, cosche, confraternite, famiglie, persone: viene comodo nella prospettiva d' un lungo dominio (finché duri l' autocrate, scomparso o affiochito il quale, saranno spettacolo da basso impero le guerre dei diadochi, speriamo senza effusione cruenta), ma è più facile dirlo che riuscirvi; nonostante il decerebramento mediatico, l' Italia non pare pronta agli affari penali disponibili come diritti reali o crediti; qui vale una fisiologica autonomia privata, là corrono false giustizie selettive, con soperchierie, privilegi, licenze, occhi riguardosamente chiusi; amministratori corrotti scavano enormi buchi nei bilanci mangiando denaro pubblico e nessuno li tocca, mentre va sulla graticola l' onesto antipatico ai boiardi. Inoltre la riforma appare complessa: che l' azione sia obbligatoria, non lo dicono solo norme codificate; l' hanno scritto i costituenti (art. 112); e le revisioni costituzionali seguono percorsi laboriosi col rischio d' uno scacco nell' eventuale referendum (art. 138). Osso duro, dunque, senonché i berluscones non sono mai a corto d' espedienti, spesso grossolani, nello stile degl' imbonitori da fiera: li tirano fuori dalla bisaccia presupponendo un pubblico infantile; «ha 11 anni», anzi meno, insegna l' Infallibile; e recitano impassibili, né sa d' autoironia lo sguardo spento. Nel pensatoio forzaitaliota qualcuno, non ricordo chi, fabulava d' un pubblico ministero imbeccato dalla polizia, cieco e monco: ridotto a pura ugola o mano scrivente, non ha cognizioni dirette; opera su quel che raccontano investigatori eventualmente manovrati dal vertice politico; e il governo stabilisce chi perseguire. Ecco quadrato il circolo. Idea grottesca ma Sua Maestà, la corte e relative platee hanno bocca buona. L' attuale guardasigilli l' ha esumata: i truccatori le stanno intorno; la pettinano e imbellettano; cosmesi lunga, passerà un mese prima che venga alla ribalta. Il colpo geniale corre voce che sia un filtro delle notitiae criminis: pubblico ministero inerte come l' automa al quale manca la corrente; gliela inietta il rapporto poliziesco (parola ignota all' attuale codice, pour cause: vi ha sostituito «denuncia»); e attendibili congetture prospettano un art. 347, c. 1, da cui cada l' inciso «senza ritardo» (così ora bisogna informarlo). Aspettiamo la revenante. Sarà l' ennesimo capitolo nello scibile dei mostri: quante volte ho nominato Ulisse Aldrovandi, raccoglitore d' una casistica spesso fiabesca; le cronache attuali indicano fenomeni corpulenti. Comunque la trucchino, l' estinta resterà tale. Norme simili nascono morte, finché viga l' attuale Carta o il Partito della cosiddetta libertà non infiltri otto fedeli nella Corte competente. Avvertimento inutile: hanno il passo dei sonnambuli sul tetto, ma diversamente dal sonnambulo ogni tanto cadono, vedi l' autore della strepitosamente invalida legge che rendeva inappellabili i proscioglimenti [avv. Gaetano Pecorella, nota del gufo], futuro giudice alla Consulta, pronosticano gl' intenditori, lui e l' ex comunista, [on. Luciano Violante, nota del gufo] presidente della Camera nell' infausta XIII legislatura, ora severo censore del costume togato. Lo dicono solidale con i forzaitalioti sulle redini da stringere al requirente e ha spiegato come lo voglia: seraficamente inattivo finché gli servano un rapporto; non è affare suo cercare notitiae criminis. Sommessamente distinguerei: niente da obiettare quando nobildonne russe sparano all' amante fedifrago (capitava nella Belle Epoque, donde famosi dibattimenti); solo un pubblico ministero mattoide va en quête preventiva d' eventi simili; nelle indagini contro boss mafiosi o politicanti corrotti, invece, grida vendetta l' idea d' una immobilità coatta su ogni ipotesi storica non ancora riferita dalla polizia. Se varca il limite, cosa capita? Buttiamo via i materiali raccolti, farina del diavolo? Varrà la pena discuterne in termini seri. Male studiata, la procedura penale talvolta figlia sgorbi, non ancora a questo livello teratologico. Sub divo Berluscone è prudente l' avverbio.
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La battaglia finale

Cordero non è semplice nella forma, ma è documentato quanto dotto. Con gratitudine riporto il suo ultimo articolo
Franco Cordero da La Repubblica del 30 settembre 2008
Il re decrepito, tema della fantasia alchimistica: le sue terre decadono; non cresce più niente.Bisogna ringiovanirlo e l’opus comincia da una “mortificatio”: nel “Viridarium chemicum” muore massacrato dai rivoltosi; in Mayer, “Scrutinium chemicum”, un lupo lo divora affinché rinasca dal fuoco (cito dalla junghiana “Psicologia e alchimia”, figure nn. 173 e 175, ed. inglese).Sir George Ripley, canonico di Bridlington (1415-90), racconta una metamorfosi meno cruenta: acquattato sotto le vesti materne, ridiventa feto; lei mangia carne di pavone e beve sangue d’un leone verde (nell’iconografia alchimistica corrisponde all’unicorno); il rinato riceve carismi da luna, sole, stelle attraverso una vergine inghirlandata il cui latte è vita; trionfa sui nemici, guarisce gl’infermi, estingue i peccati (ivi, 408 ss., e “Mysterium coniunctionis”, pp. 274-80).Non era digressione oziosa. Abbiamo un presidente del Consiglio fuori misura: cantastorie stipendiati vantano mirabilia e ne è convinto; «toccatela», diceva offrendo la mano in un convegno, «ha fatto il grano»; quanto più taumaturgo dei re che guarivano gli scrofolosi.Ma deperiscono anche i corpi regali.Nell’“Allegoria Merlini” fenomeni d’idropisia preludono alla rinascita: pronto alla battaglia, chiede da bere e beve troppo gonfiandosi; non può salire in sella; vuol sudare in una camera calda; vi rimane esanime; allora vari mediconi lo tritano, poi riplasmano con ammoniaca e nitro; cuoce nel crogiolo.Quando l’ultima stilla è caduta nel vaso sottostante, salta su gridando: dov’è il nemico?; vengano a sottomettersi; se qualcuno resiste, l’ammazza.Voleva sudare e affinarsi anche Re Lanterna, padrone degli ordigni con cui s’è fabbricato un popolo d’elettori: riposava tra fanghi, pietre vulcaniche et similia; nel quarto giorno esce, dovendo assistere al derby milanese.L’unica differenza dall’“Allegoria Merlini” è che non l’abbiano tritato: resta qual era, compatto, nerovestito, arrembante; e stermina i nemici: non vuol più sentire la parola “dialogo” (scelta semantica seria, diamogliene atto); un secco fendente decapita l’avversario, colpevole d’essersi accorto del nascente regime autoritario.Seguono due battute: la Corte costituzionale renderà ossequio al cosiddetto lodo Alfano, del cui valore un collegio del Tribunale milanese osa dubitare; altrimenti, e la voce assume toni gravi, ha in serbo una «profonda riflessione sull’intero sistema giudiziario». Parlava chiaro: qualcuno s’illude d’imprigionarlo in ragnatele legali?; gl’istogrammi dei consensi dicono chi comandi; avendo l’“omnipotence de la majorité”, fa quel che vuole; può rifondare Carta, codici, personale. Non lo fermano due o tre parrucche, o quante risultino determinanti dell’ipotetica decisione ostile: s’infuria ogniqualvolta dei giudici non deliberino nei termini convenienti; è lesa maestà contraddirlo. Che lo pensi, era chiaro: gli ripugnano diritto, etica, grammatica; lo Stato è una delle sue botteghe; sinora però teneva l’idea dentro e finché stia al gioco pudibondo, l’ipocrisia vela i più tristi spettacoli. Domenica sera l’ha detto, spiazzando cosmetologhi e consiglieri legali. L’outing scoperchia retroscena visibili da chiunque non chiuda gli occhi: sarà arduo sostenere che l’immunità tuteli un interesse generale; l’ha smentito dai telegiornali, a viso duro; la pretende come scudo nei prossimi 12 anni, ritenendosi diverso da tutti, e guai se una Corte trova da eccepire. In sede morale figura male, guadagnandovi perché gli aspetti “canaille” rendono.Oltre alla disinvoltura piratesca, sinora esibiva un penchant fraudolento, dall’ascesa affaristica alle campagne mediatiche con cui tre volte s’è impadronito del potere.Stavolta siamo sul cóté violento, emerso tre mesi fa quando un emendamento al decreto sicurezza, straripando dai termini convenuti al Quirinale, minaccia scempi se non gli garantiscono l’immunità: centomila processi al diavolo; gliela votano e l’emendamento cade; caso classico d’estorsione. Eguale odore penalistico manda l’ultimo fosco messaggio: l’art. 289 c.p. incrimina «ogni fatto diretto a impedire anche temporaneamente» che la Corte eserciti le sue funzioni; e la pena va dai 10 anni in su ma è questione accademica, essendo lui immune dal processo, qualunque sia l’ipotetico reato, anche fossero in ballo i presupposti della convivenza civile.Siccome esistono precedenti italiani, vale la pena riflettere nel senso etico-intellettuale (la «profonda riflessione» prospettata domenica 28 settembre era minaccia oscura).Raccomandiamo l’argomento ai liberal, cultori d’uno Stato democratico moderno: così dicono abusando delle parole; il plutocrate allevato dal vecchio malaffare politico, campione d’un grossolano populismo, configura fenomeni né moderni né liberali.L’analogia colpisce l’occhio perché i discorsi de quibus corrono sotto la stessa illustre testata. Post ottobre 1922 LuigiAlbertini, formidabile tecnocrate della cura d’anime giornalistica, ha la coscienza inquieta: non l’ammette, anzi ripete vecchie invettive esorcistiche; a sentire lui, le sventure italiane vengono da Giolitti, ma i cinque volumi dei “Venti anni di vita politica” dicono quanto basta al giudizio storico.Rivisti gli eventi a testa fredda, gli restano pochi motivi d’orgoglio: insisteva nell’assurdo tentativo d’escludere le masse dalla scena politica; patrocinava teste piccole e torbide come Sonnino e Salandra; guerrafondaio quando è chiaro che nel caso migliore l’Italia uscirebbe stravolta; sostiene lo squadrismo fascista, reazione salutare al pericolo rosso, nonché alla neoplasia cattolica. Dio sa come potesse vedere nei fascisti un partito liberale giovane; e ancora dopo l’insediamento mussoliniano spera una metamorfosi virtuosa, ma precede tutti gli esponenti del vecchio establishment nel dissenso: in extremis salva l’anima. Siamo a quel punto? Il teatro storico non concede bis perfetti: nello scenario 2008, ad esempio, manca l’equivalente d’un braccio armato del regime qual era la Milizia volontaria; cose d’allora sono impensabili oggi, fermo restando lo sfondo antropologico (Achille Starace e vari altri vengono su come funghi).L’analogia sta nel grave pericolo. Sotto qualche aspetto rischiamo più d’allora: Mussolini era uomo politico, con difetti calamitosi ma non affarista né pirata; e intellettualmente valeva alquanto più del musicante da crociera, impresario edile, piduista, spacciatore del loto televisivo. Nelle desinenze latine s’equivalgono: «unguibus et rostribus», declama il furibondo maestro elementare romagnolo; l’altro, laureato, infila nella loquela d’imbonimento un «simul stabunt, simul cadunt», ma racconta d’ avere tradotto Erasmo, il cui latino umanistico non é dei più facili.
Franco Cordero da La Repubblica del 30 settembre 2008
Il re decrepito, tema della fantasia alchimistica: le sue terre decadono; non cresce più niente.Bisogna ringiovanirlo e l’opus comincia da una “mortificatio”: nel “Viridarium chemicum” muore massacrato dai rivoltosi; in Mayer, “Scrutinium chemicum”, un lupo lo divora affinché rinasca dal fuoco (cito dalla junghiana “Psicologia e alchimia”, figure nn. 173 e 175, ed. inglese).Sir George Ripley, canonico di Bridlington (1415-90), racconta una metamorfosi meno cruenta: acquattato sotto le vesti materne, ridiventa feto; lei mangia carne di pavone e beve sangue d’un leone verde (nell’iconografia alchimistica corrisponde all’unicorno); il rinato riceve carismi da luna, sole, stelle attraverso una vergine inghirlandata il cui latte è vita; trionfa sui nemici, guarisce gl’infermi, estingue i peccati (ivi, 408 ss., e “Mysterium coniunctionis”, pp. 274-80).Non era digressione oziosa. Abbiamo un presidente del Consiglio fuori misura: cantastorie stipendiati vantano mirabilia e ne è convinto; «toccatela», diceva offrendo la mano in un convegno, «ha fatto il grano»; quanto più taumaturgo dei re che guarivano gli scrofolosi.Ma deperiscono anche i corpi regali.Nell’“Allegoria Merlini” fenomeni d’idropisia preludono alla rinascita: pronto alla battaglia, chiede da bere e beve troppo gonfiandosi; non può salire in sella; vuol sudare in una camera calda; vi rimane esanime; allora vari mediconi lo tritano, poi riplasmano con ammoniaca e nitro; cuoce nel crogiolo.Quando l’ultima stilla è caduta nel vaso sottostante, salta su gridando: dov’è il nemico?; vengano a sottomettersi; se qualcuno resiste, l’ammazza.Voleva sudare e affinarsi anche Re Lanterna, padrone degli ordigni con cui s’è fabbricato un popolo d’elettori: riposava tra fanghi, pietre vulcaniche et similia; nel quarto giorno esce, dovendo assistere al derby milanese.L’unica differenza dall’“Allegoria Merlini” è che non l’abbiano tritato: resta qual era, compatto, nerovestito, arrembante; e stermina i nemici: non vuol più sentire la parola “dialogo” (scelta semantica seria, diamogliene atto); un secco fendente decapita l’avversario, colpevole d’essersi accorto del nascente regime autoritario.Seguono due battute: la Corte costituzionale renderà ossequio al cosiddetto lodo Alfano, del cui valore un collegio del Tribunale milanese osa dubitare; altrimenti, e la voce assume toni gravi, ha in serbo una «profonda riflessione sull’intero sistema giudiziario». Parlava chiaro: qualcuno s’illude d’imprigionarlo in ragnatele legali?; gl’istogrammi dei consensi dicono chi comandi; avendo l’“omnipotence de la majorité”, fa quel che vuole; può rifondare Carta, codici, personale. Non lo fermano due o tre parrucche, o quante risultino determinanti dell’ipotetica decisione ostile: s’infuria ogniqualvolta dei giudici non deliberino nei termini convenienti; è lesa maestà contraddirlo. Che lo pensi, era chiaro: gli ripugnano diritto, etica, grammatica; lo Stato è una delle sue botteghe; sinora però teneva l’idea dentro e finché stia al gioco pudibondo, l’ipocrisia vela i più tristi spettacoli. Domenica sera l’ha detto, spiazzando cosmetologhi e consiglieri legali. L’outing scoperchia retroscena visibili da chiunque non chiuda gli occhi: sarà arduo sostenere che l’immunità tuteli un interesse generale; l’ha smentito dai telegiornali, a viso duro; la pretende come scudo nei prossimi 12 anni, ritenendosi diverso da tutti, e guai se una Corte trova da eccepire. In sede morale figura male, guadagnandovi perché gli aspetti “canaille” rendono.Oltre alla disinvoltura piratesca, sinora esibiva un penchant fraudolento, dall’ascesa affaristica alle campagne mediatiche con cui tre volte s’è impadronito del potere.Stavolta siamo sul cóté violento, emerso tre mesi fa quando un emendamento al decreto sicurezza, straripando dai termini convenuti al Quirinale, minaccia scempi se non gli garantiscono l’immunità: centomila processi al diavolo; gliela votano e l’emendamento cade; caso classico d’estorsione. Eguale odore penalistico manda l’ultimo fosco messaggio: l’art. 289 c.p. incrimina «ogni fatto diretto a impedire anche temporaneamente» che la Corte eserciti le sue funzioni; e la pena va dai 10 anni in su ma è questione accademica, essendo lui immune dal processo, qualunque sia l’ipotetico reato, anche fossero in ballo i presupposti della convivenza civile.Siccome esistono precedenti italiani, vale la pena riflettere nel senso etico-intellettuale (la «profonda riflessione» prospettata domenica 28 settembre era minaccia oscura).Raccomandiamo l’argomento ai liberal, cultori d’uno Stato democratico moderno: così dicono abusando delle parole; il plutocrate allevato dal vecchio malaffare politico, campione d’un grossolano populismo, configura fenomeni né moderni né liberali.L’analogia colpisce l’occhio perché i discorsi de quibus corrono sotto la stessa illustre testata. Post ottobre 1922 LuigiAlbertini, formidabile tecnocrate della cura d’anime giornalistica, ha la coscienza inquieta: non l’ammette, anzi ripete vecchie invettive esorcistiche; a sentire lui, le sventure italiane vengono da Giolitti, ma i cinque volumi dei “Venti anni di vita politica” dicono quanto basta al giudizio storico.Rivisti gli eventi a testa fredda, gli restano pochi motivi d’orgoglio: insisteva nell’assurdo tentativo d’escludere le masse dalla scena politica; patrocinava teste piccole e torbide come Sonnino e Salandra; guerrafondaio quando è chiaro che nel caso migliore l’Italia uscirebbe stravolta; sostiene lo squadrismo fascista, reazione salutare al pericolo rosso, nonché alla neoplasia cattolica. Dio sa come potesse vedere nei fascisti un partito liberale giovane; e ancora dopo l’insediamento mussoliniano spera una metamorfosi virtuosa, ma precede tutti gli esponenti del vecchio establishment nel dissenso: in extremis salva l’anima. Siamo a quel punto? Il teatro storico non concede bis perfetti: nello scenario 2008, ad esempio, manca l’equivalente d’un braccio armato del regime qual era la Milizia volontaria; cose d’allora sono impensabili oggi, fermo restando lo sfondo antropologico (Achille Starace e vari altri vengono su come funghi).L’analogia sta nel grave pericolo. Sotto qualche aspetto rischiamo più d’allora: Mussolini era uomo politico, con difetti calamitosi ma non affarista né pirata; e intellettualmente valeva alquanto più del musicante da crociera, impresario edile, piduista, spacciatore del loto televisivo. Nelle desinenze latine s’equivalgono: «unguibus et rostribus», declama il furibondo maestro elementare romagnolo; l’altro, laureato, infila nella loquela d’imbonimento un «simul stabunt, simul cadunt», ma racconta d’ avere tradotto Erasmo, il cui latino umanistico non é dei più facili.
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sabato, luglio 05, 2008
Il lodo Alfano e la Costituzione
Da la Repubblica:
L'APPELLO / Cento costituzionalisti contro il lodo Alfano
Una raccolta di firme in difesa della Costituzione
Lodo e processi rinviati
strappo all'uguaglianza
Cento costituzionalisti in campo contro il lodo-Alfano che sospende i processi delle quattro più alte cariche istituzionali e contro la norma blocca-processi. Il documento è intitolato "In difesa della Costituzione" ed è firmato da ordinari di diritto costituzionale e discipline equivalenti: tra essi gli ex presidenti della Consulta Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Leopoldo Elia. A coordinare la raccolta di firme è stato Alessandro Pace, presidente dell'Associazione italiana costituzionalisti.
I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese: 1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni; 2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004, premesso che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale, rilevano, con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché: a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008); b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo); c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza; d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale; e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti; rilevano, con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge".
Osservano, a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni. Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano ... (segue)
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L'APPELLO / Cento costituzionalisti contro il lodo Alfano
Una raccolta di firme in difesa della Costituzione
Lodo e processi rinviati
strappo all'uguaglianza
Cento costituzionalisti in campo contro il lodo-Alfano che sospende i processi delle quattro più alte cariche istituzionali e contro la norma blocca-processi. Il documento è intitolato "In difesa della Costituzione" ed è firmato da ordinari di diritto costituzionale e discipline equivalenti: tra essi gli ex presidenti della Consulta Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Leopoldo Elia. A coordinare la raccolta di firme è stato Alessandro Pace, presidente dell'Associazione italiana costituzionalisti.
I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese: 1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni; 2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l'immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell'assunzione della carica, già prevista dall'art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004, premesso che l'art. 1, comma 2 della Costituzione, nell'affermare che "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale, rilevano, con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché: a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall'art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008); b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo); c) pregiudicano l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt'al più, di prevedere criteri - flessibili - cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d'udienza; d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale; e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti; rilevano, con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all'obbligatorietà dell'azione penale, anche e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini "sono eguali davanti alla legge".
Osservano, a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell'esercizio delle proprie funzioni. Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano ... (segue)
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